Scritto da 7:32 pm Gorizia, Attualità

La Rosa di Gorizia sfida il clima che cambia: una tradizione agricola sempre più fragile

Gorizia (lunedì, 5 gennaio, 2026) — Il freddo pungente che durante l’inverno mette a riposo molte coltivazioni rappresenta invece una risorsa fondamentale per la Rosa di Gorizia, eccellenza agricola del territorio che proprio dalle basse temperature trae la propria forza vitale. Una particolarità che rende questo radicchio unico nel suo genere, ma che oggi lo espone ai rischi legati al cambiamento climatico e alla progressiva scomparsa degli inverni rigidi di un tempo.

di Martina Santucci

La coltivazione della Rosa di Gorizia si estende sul cosiddetto “pomerio” goriziano, termine che deriva dal latino post moerus, ovvero “oltre il muro cittadino”. È qui, sulle alture transfrontaliere di Gorizia-Montesanto, Salcano e Oslavia, che da secoli si tramanda una pratica agricola profondamente legata alle condizioni ambientali e alla storia locale. La semina avviene tra maggio e giugno, mentre la pianta cresce assumendo un colore rosso scuro intenso.

Quando il radicchio raggiunge circa l’80 per cento della maturazione, viene trasferito in ambienti chiusi e adagiato su un letto di trucioli. L’assenza di luce è un passaggio decisivo, perché consente di esaltare la brillantezza del colore e la delicatezza delle foglie. Già nel 1873 il barone austriaco Carl Von Czoernig descriveva questa “cicoria rossastra” che cresceva sul letame delle stalle, una pratica tradizionale che oggi non è più consentita dalle normative europee, orientate all’uso di fertilizzanti chimici.

Secondo Sabrina Pellizon, guida naturalistica regionale, la Rosa di Gorizia si trova oggi in una situazione critica. “È a rischio di estinzione – spiega – perché gli inverni non sono più quelli di una volta. Mancano le condizioni fisiche e climatiche che permettono al radicchio di diventare resistente”. Dal 2018 a oggi, riferiscono i produttori, si è registrato un calo della produttività pari a circa il 20 per cento.

Questo scenario si inserisce in un contesto più ampio di trasformazione dell’economia agricola locale. Fino agli anni Cinquanta, ricorda Pellizon, il territorio era trainato anche dalla frutticoltura: si coltivavano 35 varietà di ciliegie, 90 di pere e una ventina di susine. Senza dimenticare le celebri violette candite di Gorizia, apprezzate persino dall’imperatrice Sissi e da Francesco Giuseppe. Un patrimonio agricolo e culturale che oggi chiede di essere tutelato prima che vada perduto.

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Last modified: Gennaio 5, 2026
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